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Fatta l'Italia, fare gli italiani

 

Dopo l’Unità d’Italia, la frase “fare l’Italia, fare gli italiani” divenne il filo conduttore anche della pedagogia. Educare significava non solo insegnare a leggere e scrivere, ma soprattutto formare cittadini consapevoli, moralmente responsabili e uniti dalla stessa identità nazionale. In questo contesto, figure come Cuoco, Mazzini, De Amicis e Rosmini hanno avuto un ruolo fondamentale, ognuno a modo proprio.

Vincenzo Cuoco, educatore e pensatore illuminista, sosteneva che l’istruzione doveva essere diffusa e concreta, capace di rendere il popolo capace di pensare autonomamente e di partecipare attivamente alla vita civile. La scuola, per lui, non era solo trasmissione di conoscenze, ma mezzo per sviluppare senso critico e responsabilità sociale.

Giuseppe Mazzini, patriota e pedagogista per vocazione, vedeva l’educazione come strumento di rigenerazione morale e politica della nazione. Per Mazzini, formare gli italiani significava coltivare nei giovani amore per la patria, senso del dovere e solidarietà. La scuola doveva quindi preparare cittadini non solo istruiti, ma anche coscienziosi e attivi nella costruzione di una società giusta.

Nel periodo successivo, Edmondo De Amicis tradusse questi ideali in una pedagogia pratica attraverso la letteratura per ragazzi. Nei suoi testi, come “Cuore”, educare significava insegnare valori civici e morali, come solidarietà, onestà e rispetto, raccontati con esempi quotidiani, facilmente comprensibili ai bambini. La sua pedagogia puntava a creare cittadini sentimentali ma responsabili, capaci di vivere secondo i principi etici della nuova Italia.

Infine, Antonio Rosmini, filosofo e pedagogista cattolico, sottolineava l’importanza di una educazione integrale, che coltivasse insieme mente, cuore e coscienza morale. Per lui, la scuola doveva guidare i giovani nella ricerca della verità e del bene, formando individui capaci di contribuire alla società senza perdere la propria libertà interiore e i valori spirituali.

Insieme, questi pensatori dimostrano che la pedagogia post-unitaria non era solo trasmissione di nozioni, ma uno strumento per costruire l’identità nazionale, il senso civico e la moralità dei cittadini, con approcci diversi ma complementari: dal rigore morale e intellettuale alla valorizzazione del sentimento, del gioco e della vita quotidiana.





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